Il Settecento

carta

Mappa del Regno di Napoli nel 1700

e la nascita dell’idea di repubblica.

Per poter comprendere quale concezione avessero gli altamurani della Repubblica e le ragioni della sollecita adesione a quella napoletana del 1799, bisogna considerare alcuni aspetti di natura socio-economica e indagare nella sua storia passata.

“Altamura possiede ancora oggi uno dei territori più vasti di tutta la provincia di Bari: oltre 44 mila ettari. Alla fine del Settecento la principale voce della sua economia, dettata prevalentemente dalla natura del territorio, è la pastorizia le cui rendite costituivano il 57% dell’intero reddito fondiario. Seguiva, ovviamente, l’agricoltura. Questo dato non deve far pensare, però, ad una popolazione agricola ricca e molto numerosa, perché il 44% dell’intera rendita fondiaria era nelle mani di sole ventisette persone che vantavano un reddito superiore ai mille ducati.

Dei ventisette individui, considerati tra i più facoltosi della città, sei non appartenevano alla nobiltà, ma al ceto borghese, che nei comportamenti e nella difesa della proprietà emulava la nobiltà anche nella gestione tradizionale del latifondo, rimanendo lontano da qualsiasi apertura ad attività di tipo commerciale.

I nobili altamurani, poi, non erano di origine feudale, ma ricchi proprietari terrieri, i quali, per non perdere il controllo economico e amministrativo della città e per ragioni di prestigio, s’erano di volta in volta adattati alle nuove circostanze venutesi a creare con i primi tentativi riformistici dei Borbone e avevano finito per far coincidere i propri interessi con quelli dei ricchi proprietari borghesi, alleandosi con questi nella gestione della ‘universitas’.

Questi interessi comuni, però, erano seriamente minacciati dal mancato rispetto delle prerogative demaniali, dalla cattiva amministrazione della giustizia e dalla presenza in città e nel territorio di bande di ladri.

Di questa situazione si lamentarono gli amministratori locali nel 1797, quando Ferdinando IV prima, la regina Maria Carolina e il principe ereditario Francesco, successivamente, si recarono in visita ad Altamura. In questa occasione, il conte Francesco Viti (fratello di Pasquale che fu a capo della Municipalità repubblicana), in nome e per conto della Universitas Altamure, secondo quanto racconta un anonimo cronista, si lamentò al cospetto della regina Maria Carolina del fatto che la <<Città viene allo spesso devastata, in tutto il Territorio, da comitive di ladri, che impediscono il commercio, colle loro città convicine, e spogliano i Coloni addetti alla Coltura delle Masserie, et quod peius, spogliano l’intiere Masserie, di tutto il corredo necessario all’agricoltura, e fa sì, che si attrassa la coltura fin a tanto, che i Padroni, obbligati a nuove spese d’aggiungere strumenti, ed egualmente tali inconvenienti anche sortiscono alli Pastori addetti alla Custodia delle pecore…>> e continuò denunciando la corruzione che serpeggiava tra i Subalterni del Tribunale di Trani”.[1]

Mentre la ricca borghesia cercava di emulare la nobiltà cittadina e stringeva con essa alleanze, il ceto medio, costituito prevalentemente da professionisti, non era mai riuscito ad indirizzare verso i possidenti i malumori della plebe che si dimostrò sempre ossequiante ai primi, anche perché da questi dipendeva in gran parte.

Gli ecclesiastici si divisero: in molti aderirono con slancio alla proclamata repubblica, ma altrettanto nutrito fu lo schieramento di coloro che rimasero fedeli alla monarchia borbonica.

La diffusione dell’idea di repubblica in Altamura trova le sue ragioni nel fervore culturale che si era venuto a creare con l’istituzione di un Regio Studio, nell’adesione di molti nobili e galantuomini alla massoneria e, soprattutto in un’antica memoria d’essere repubblica che da oltre un secolo era viva tra i suoi cittadini.

Scriveva, infatti, Ottavio Serena, uno dei maggiori e accreditati storici locali nel suo lavoro dedicato ai fatti del ’99, che “se nelle altre città del napoletano le istituzioni repubblicane o non attecchirono, o furono quasi imposte, in Altamura trovarono il terreno adatto a mettervi salde e profonde radici” e che l’idea di repubblica non era stata importata in città da alcuna parte.[2]

Nel 1648, quando l’insurrezione di Masaniello a Napoli aveva coinvolto molte città del regno in un moto contro la feudalità cui avevano preso parte anche alcuni centri demaniali tra cui Altamura, la città si era opposta con decisione ai tentativi di riconquista da parte di Giangirolamo Acquaviva, il potente conte di Conversano. In quell’occasione aderì alla Real Repubblica Napoletana e si governò da sé.[3] Questa vecchia forma di repubblicanesimo coincideva in parte con la sua natura di città demaniale. Pertanto quando Serena affermava che nel 1799 l’idea di repubblica non era stata importata, è probabile si riferisse a questo essere repubblica come città demaniale, con tutte le prerogative che tale condizione comportava: godimento di numerosi benefici e privilegi, uniti a una certa libertà di azione e soprattutto di commercio. Bisogna ricordare che furono gli stessi altamurani nel 1528 a riscattare la loro città dal giogo feudale, pagando a Lucrezia di Montaldo, vedova dell’ultimo signore, Onorato Gaetani, la somma di ventimila ducati che permise il ritorno della città al regio demanio.[4]

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[1]G. PUPILLO, Altamura nel 1799 in A. MASSAFRA (a cura di), Patrioti e insorgenti in provincia…, cit., pp. 329-332.

[2]O. SERENA, Altamura nel 1799, Roma 1899, cit., p. 8.

[3]O. SERENA, G. PUPILLO (a cura di), Altamura… , cit., p. 19.

[4]V. VICENTI, La crisi demaniale di Altamura dal 1542 al 1562, in “Altamura”, n. 14, Altamura 1972, pp. 25-37.

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