Il 1799

Leone Stiloforo

Leone Stiloforo – Cattedrale

La situazione interna di Altamura si era aggravata fin dal settembre del 1798 con la proclamazione della coscrizione obbligatoria. Il rifiuto della leva forzosa e l’avidità del governatore regio Gennaro Taveri, che estorceva denaro a tutte quelle famiglie che cercavano di evitare la coscrizione ai propri figli, crearono tra gli altamurani un grande malcontento che sfociò in episodi di violenza culminati nella morte di Felice Schiraldi e di suo padre, uomini del governatore, uccisi nella pubblica piazza dai “civili” Ascanio Giannuzzi, suo figlio Luca e il nipote Mario.

Da quel giorno i Giannuzzi e i loro sostenitori non abbandoneranno più le armi.

La fuga notturna del governatore, avvenuta durante la notte del 21 gennaio, insieme con le notizie che giungevano dalla capitale sulla rivolta dei lazzari e la successiva proclamazione della Repubblica fecero precipitare Altamura in una situazione di anarchia della quale i giacobini più estremisti cercarono di approfittare.

Il canonico Vitangelo Bisceglia, vicario dell’arciprete della chiesa altamurana Gioacchino De Gemmis,   scrive che i giacobini in Altamura erano divisi in due fazioni: quella che voleva accattivarsi le simpatie della plebe con la promessa di saccheggio dei beni dei possidenti (di cui facevano parte alcuni esponenti del clero regolare) e quella che faceva capo al medico Giuseppe Giannuzzi e che era per la difesa della proprietà privata. Fu quest’ultima a prevalere.

La preoccupazione, infatti, di lasciare alla plebe o ad alcune frange estremistiche del giacobinismo locale l’iniziativa politica, spinse esponenti della nobiltà e della ricca borghesia terriera, appoggiati da una parte del clero progressista, a prendere in mano (ma è meglio dire a mantenere saldamente, visto che la nuova classe dirigente non era diversa da quella che, per esempio, nel 1797 aveva accolto festante i sovrani) la direzione politica della città anche in questa nuova fase.[1]

Ripetute riunioni di massoni si erano tenute presso la casa del canonico Giambattista Manfredi negli ultimi mesi del 1798, mentre la nobiltà più in vista della città si era riunita la notte del 3 febbraio ’99 nel palazzo del barone Vincenzo Melodia, decidendo di sostenere la repubblica.

Negli atti del processo celebratosi contro il barone Melodia dopo la caduta di Altamura, i testimoni prodotti a discarico sostennero che quella riunione si era tenuta “per effetto delle minacce che si sentivano dalla plebe di voler dare il sacco e massacrare i possidenti per dividersi la roba ed i beni tra di loro”.[2]

Nobiltà e borghesia terriera si ritrovarono uniti nella difesa comune della proprietà; l’ascendente che essi esercitavano sulla plebe impedì che in città si originassero episodi di insorgenza ed evitarono anche qualsiasi autonoma iniziativa del ceto medio.

La plebe altamurana non aveva alcun punto di riferimento, neanche tra gli ecclesiastici, per poter tentare qualsiasi azione controrivoluzionaria. Non aveva mai subito, nel corso della sua storia, uno sfruttamento feudale come quello vissuto da molte città del Regno.

Altamura si era dotata nel tempo di numerosi istituti assistenziali che avevano migliorato la situazione di indigenza della massa popolare e ciò fu realizzato per l’unanime interessamento di nobili, clero e ricchi possidenti.

Scrive, infatti, Serena che la plebe “fu ossequiante ai principali membri del Clero e ab antico devota alle famiglie patrizie, le quali in ogni tempo non si separarono dal popolo e si studiarono di non far mai sentire il peso della loro privilegiata posizione”.[3]

Si impedì ai realisti, che pur vi erano, ogni azione che potesse nuocere all’intera città. Essi non furono isolati, né perseguitati, ma coinvolti, anche loro malgrado, nella difesa della patria comune. E questi, nonostante tutto, non tradirono.

Non si ebbe, poi, alcuna lotta di fazione per il controllo del potere, alcuna forma di revanscismo da parte di chi, escluso in passato dalla gestione politica della città, ne era divenuto ora protagonista.

Altamura, inoltre, non ha mai avuto un clero fanatico e in maggioranza controrivoluzionario (merito della secolare indipendenza della sua Chiesa da qualsiasi autorità vescovile e arcivescovile) che non aveva fatto leva sulla superstizione per mantenere sotto il suo potere la plebe. Contrariamente a quanto avvenne in molti paesi di Terra di Bari e dell’intera Puglia, qui, neanche nei momenti di maggiore pericolo per la città, si verificò mai alcun miracolo.

L’8 febbraio venne piantato in piazza, nei pressi della cattedrale federiciana, l’albero della libertà. Erano stati già distrutti i ritratti dei Sovrani e si festeggiò la posa dell’albero anche in chiesa, col canto del Te Deum.

Fu creata la Municipalità per il nuovo governo politico e militare, composta di 14 persone, così scelte: 2 nobili e cioè il conte Pasquale Viti, presidente, e Pasquale Cursoli Cifarelli; 3 popolani: Nicola Simone, barbiere, e Filippo Piccininno e Antonio Squicciarini, contadini; 4 benestanti: Giuseppe Manfredi, Massimo Santoro, Mario Giannuzzi e il milanese Attanasio Calderoni; e 5 sacerdoti: padre Giuseppe Patella, Priore dei PP. Conventuali, che sostituì il presidente quando si recò a Napoli, il canonico Candido Ceglia, don Domenico Ignazio Serena, don Giuseppe Ventura e don Paolo Nuzzolese. Segretario fu l’arcidiacono Luca De Samuele Cagnazzi. La Municipalità subì varie modifiche per sostituzioni e dimissioni.

Si costituì anche la “Guardia Civica” per la tutela e l’ordine della città. Composta da trecento uomini scelti tra tutte le classi sociali, il comando fu affidato al milanese Calderoni, e all’altamurano Angelo Sorice, il quale si dimise e restò il solo Calderoni, a sua volta sostituito da Carlangelo Natrella.

Infine una Cassa Muneratoria che raccoglieva offerte volontarie, ma non inferiori a cinquanta ducati. Il denaro così raccolto venne impiegato per l’acquisto di munizioni e polvere da sparo, per aiutare i bisognosi, creare una compagnia a cavallo e di fanti regolarmente stipendiata. Anche coloro che erano inesperti nel maneggio delle armi da fuoco furono inquadrati nella compagnia degli zappatori: cento uomini armati di falcioni, al comando del popolano Giuseppe Monitillo.[5]

Fino alla prima metà di marzo l’attività della Municipalità fu improntata alla massima moderazione, la stessa seguita dal clero nei confronti della plebe che ad esso si rivolgeva perché le fosse chiarito il vero significato di libertà e uguaglianza. Sarà lo stesso arcidiacono Luca De Samuele Cagnazzi a spiegare tali concetti; egli dirà che “la vera libertà e uguaglianza era quella da Gesù Cristo insegnataci col Vangelo”, spiegazione molto distante da quella fornita ai cittadini napoletani della nuova repubblica dal presidente del Governo provvisorio Carlo Lauberg: “L’Uguaglianza e la Libertà sono le basi della nuova Repubblica. L’Uguaglianza consiste nel fare che la legge sia uguale per tutti protegga l’innocente povero contro l’oppressore ricco e potente… La libertà consiste in ciò, che ogni cittadino possa fare ciò che non gli è vietato dalla legge e che non noccia ad un altro”. Parole incomprensibili per una popolazione che attendeva da secoli risposte concrete al problema della giustizia e della distribuzione ed uso delle terre.[6]

Il vero grande pericolo veniva dalla vicina Matera, dove una rivolta popolare sostenuta dalla Regia Udienza e soprattutto dal duca Malvinni-Malvezzi aveva abbattuto l’albero della libertà, costretti alla fuga i repubblicani che si erano rifugiati in Altamura, ripristinato le istituzioni borboniche.

Da allora i materani compirono innumerevoli scorrerie nel territorio della nemica Altamura, assaltando e incendiando masserie, rubando armenti e attrezzi per l’agricoltura e la pastorizia con l’obiettivo di colpire al cuore l’economia altamurana.

La politica moderata seguita dalla Municipalità subì un improvviso mutamento con l’arrivo dei commissari del Dipartimento del Bradano, guidati dal sacerdote Nicola Palomba di Avigliano, acceso giacobino, lo stesso che il 9 febbraio ’99, su incarico del Governo provvisorio, aveva tenuto a Napoli il discorso ufficiale in occasione dell’innalzamento dell’albero della libertà e Felice Mastrangelo, generale della Guardia civica. Inizialmente diretti a Matera, che dal Governo provvisorio era stata designata capoluogo del Dipartimento del Bradano, per il ritorno di questa all’obbedienza borbonica, si stabilirono in Altamura in attesa che gli eventi si evolvessero.

La presenza in città di costoro, rese instabile quel prezioso equilibrio sociale che era stato faticosamente raggiunto.

Palomba, soprattutto, si dimostrò dispotico e arrogante, mentre Mastrangelo rivelò tutta la sua imperizia come comandante militare. Essi mantennero gli altamurani in continua tensione, sia con ripetuti falsi allarmi di attacchi da parte dei materani, sia illudendoli con la promessa di imminenti aiuti francesi che non sarebbero, invece, mai arrivati.

Continue furono anche le tensioni con la Municipalità e il prelato De Gemmis che più volte si erano opposti alle fucilazioni di prigionieri (catturati durante gli scontri con Matera) e presunti traditori decretate da Palomba.

La resistenza e la presa della città

Il 13 aprile giunsero in Matera le prime avanguardie calabresi comandate dal canonico De Piro e dal colonnello Rusciano; il 6 maggio arrivarono Ruffo e il grosso dell’Armata che due giorni dopo venne schierata sotto le mura di Altamura.

Secondo Alessandro Dumas la massa degli assalitori era formata da seimila uomini della truppa regolare e da diecimila individui armati alla calabrese con fucili, pistole e baionette cui si affiancavano un altro gruppo disarmato di truppa regolare (avanzi dell’ex esercito borbonico) e migliaia di “saccaioli” provenienti dai centri della provincia di Bari, allettati dalla possibilità di saccheggio.[7]

Il 9 maggio l’esercito sanfedista marcia su Altamura e si predispone ad assediarla. Le forze preposte alla difesa prendono posizione lungo tutto il perimetro murario, alcune occupano il Monastero del Soccorso. La gente, impaurita, chiede ed ottiene che la statua del protettore San Giuseppe venga collocata in piazza. I nemici occupano il campo di Montecalvario, abbandonato precedentemente dagli altamurani.

In mattinata, quando la maggior parte dei difensori era schierata sulle mura dalla parte di Matera, Palomba e Mastrangelo decisero di abbandonare la città al proprio destino, non senza aver prima fatto fucilare i prigionieri rinchiusi nel refettorio del convento di San Francesco (ubicato nel luogo in cui oggi sorge il Palazzo di Città) e alla cui esecuzione si erano sempre opposti sia la Municipalità sia il prelato De Gemmis. Penetrato in quel luogo con i suoi aviglianesi, fece legare i prigionieri a due a due e li fece fucilare, dopodiché ordinò di seppellire i loro corpi nelle tombe dei monaci. Alcuni saranno ritrovati l’indomani ancora vivi.

Alle 15 giunge davanti alla città il cardinale Ruffo.

Ogni proposta di resa venne rifiutata dai commissari dipartimentali e dalla stessa Municipalità.

Accortisi del tradimento, gli altamurani continuarono a combattere sotto la guida di Mario Giannuzzi, che si adoperò instancabilmente nell’impartire ordini e sostenere il morale dei difensori per tutta quella giornata. Verso sera le munizioni iniziarono a scarseggiare e fu allora che cominciò a prendere piede tra gli altamurani la convinzione di non poter resistere e di dover prendere una decisione.

Nella notte tra il 9 e il 10 maggio,quando ormai erano cadute tutte le speranze di ottenere aiuto dai Francesi, che pure erano giunti nei giorni precedenti fino alla vicina Cassano, la Municipalità prese la decisione di permettere a tutti i cittadini che l’avessero voluto di mettersi in salvo. Alle tre iniziò l’esodo dei cittadini che uscirono da Porta Bari e Porta Santa Teresa, ma non tutti vollero abbandonarla. Alle quattro riprese il bombardamento e alle prime luci dell’alba Ruffo fu avvisato che i difensori non rispondevano più al fuoco. Un’avanguardia, allora, si avvicinò alla porta di Matera, che fu trovata aperta, e vi penetrò con circospezione, senza però incontrare alcuna resistenza.

Il 10 maggio i calabresi entrarono in una città semideserta e si abbandonarono ad un memorabile saccheggio la cui eco rimase viva per diverso tempo.

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[1]G. PUPILLO, Altamura nel 1799 in A. MASSAFRA (a cura di), Patrioti e insorgenti in provincia…, cit., p. 337.

[2]O. SERENA, G. PUPILLO (a cura di), Altamura… cit., p. 23, nota 7.

[3]Ivi, p. 20.

[4]Ivi, p. 29.

[5]Ivi, p. 152.

[6]G. PUPILLO, La Repubblica Partenopea da Napoli ad Altamura.- La controrivoluzione del cardinale Ruffo e il sacco di Altamura in “Altamura”, n. 40-41, Altamura 1999-2000, p. 114.

[7]Non c’è accordo tra le fonti sulla consistenza reale dei difensori e dei sanfedisti. Serena e molti scrittori materani concordano nel ritenere le forze sanfediste in numero di quindicimila uomini. Cfr. O. SERENA, G. PUPILLO (a cura di), Altamura, cit., p. 60; A. LUCARELLI, cit., pp. 446-447

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